lunedì 27 giugno 2016

Pensioni: ai tagli senza fine si risponde con la lotta senza tregua

Essendoci rimasto poco da tagliare nelle pensioni degli italiani, dopo la decina di controriforme che dagli anni '90 alla Fornero hanno schiacciato il reddito dei pensionati allungando a dismisura l'età pensionabile, il governo Renzi sta ora raschiando il fondo del barile. Il tema è sempre che l'economia ristagna e dunque i vincoli europei ci impongono tagli.

Le trovate sono diverse. Innanzitutto c'è l'APE (anticipo pensionistico) che dovrebbe funzionare così: il lavoratore potrà andare in pensione prima del massimo (purché oltre i 63 anni) con un taglio alla pensione tra l'1 e il 4% annui. Questo anticipo il pensionato dovrebbe pagarselo indebitandosi con banche (per il prestito) e assicurazioni (che coprono il rischio di morte del debitore) a cui lo Stato pagherà gli interessi (circa un miliardo l'anno). Dunque il pensionato si indebita, le banche incassano e lo Stato le paga. Geniale! Per inciso, pur ammettendo che si debba ricorrere a un prestito, non si capisce perché non possa farlo direttamente lo Stato. Ad ogni modo, considerando l'età a cui si va in pensione oggi e che l'ammortamento dovrebbe durare tra i 10 e i 20 anni, i lavoratori dovrebbero fare debiti letteralmente sino alla tomba. E questo subendo un taglio consistente a una pensione già bassa.
In secondo luogo c'è la trovata dell'uscita graduale tramite part-time. L'idea è questa: il lavoratore vicino alla pensione passa part-time con corrispondente decurtazione della paga, salvo una piccola aggiunta corrispondente a una parte dei contributi previdenziali che il suo padrone non dovrà più versare. Per questo periodo lo Stato riconoscerà al lavoratore la contribuzione corrispondente alla prestazione non effettuata, in modo che alla maturazione dell'età pensionabile il lavoratore percepirà l'intero importo della pensione. È sin troppo ovvio che solo lavoratori con ottimi stipendi potranno permettersi un quasi dimezzamento del proprio salario.
Il terzo aspetto è il taglio alle pensioni di reversibilità che verrebbero ridotte in proporzione all'Isee, ossia al reddito complessivo dichiarato. Va da sé che questo significa ancora una volta punire i lavoratori dipendenti favorendo gli evasori.
Gli effetti della crisi
Per indorare la pillola, Renzi ha parlato (ma non è detto che li darà davvero) di 80 euro di aumento per le pensioni minime. In pratica il governo taglia 100 a tutti e restituisce, forse, 1 a pochi. Intanto gli effetti delle controriforme pensionistiche si fanno sentire: pensioni sempre più basse, lavoratori sempre più anziani anche in lavori pericolosi con effetti drammatici in termini di salute e sicurezza. È l'INPS stessa a osservare gli effetti della crisi, con un aumento dei poveri, in 6 anni, dal 18 al 25 per cento della popolazione e un terzo dei poveri che si trova in una condizione di grave deprivazione materiale[1].
Il governo giustifica i tagli con lo squilibrio economico dell'INPS. La realtà è che il disavanzo finanziario dell'ente (circa 8 miliardi) deriva dalle gestioni dei comparti diversi dai lavoratori dipendenti, come quello dei lavoratori autonomi, e dal buco legato all'assorbimento dell'INPDAP che aveva debiti nei confronti dello Stato (in pratica lo Stato come datore di lavoro non pagava a sé stesso i contributi). A ciò va aggiunto il problema dell'evasione contributiva. Secondo uno studio dell'ISTAT, solo quella dei falsi part-time è di 2-3 miliardi l'anno[2]. Nel complesso, con oltre tre milioni di lavoratori in nero e molti lavoratori regolari per i quali le aziende evadono comunque parte dei contributi, l'evasione contributiva supera i 10-15 miliardi l'anno. Eliminare l'evasione consentirebbe di appianare i buchi dell'INPS per sempre.
Il governo è andato nella direzione opposta soprattutto con i famigerati voucher che consentono di assumere persone a ore pagandole una miseria. Nel 2008 le persone retribuite con almeno un voucher erano meno di 25mila; ora arrivano a un milione e mezzo. Che questa forma di pagamento stia diventando stabile lo rileva dal fatto che quasi il 40% deipercettori di voucher nel 2015 aveva riscosso voucher anche l'anno precedente. Questa forma di lavoro nero legalizzato, che permette un abbassamento spaventoso della paga, comporta anche un drastico taglio dei contributi all'INPS. Ma si tratta solo dell'ultima infame trovata per tagliare i salari, una tendenza che dura ormai da un quarto di secolo. La quota salari sul Pil è calata in vent'anni di dieci punti percentuali. Anche l'INPS dunque ha perso dieci punti percentuali nelle sue entrate. Il Jobs Act ha anch'esso accresciuto il buco dell'INPS con la farsa della decontribuzione che ha ispirato ogni genere di truffa. Secondo la stessa INPS, gli imbrogli legati alla decontribuzione riguardano almeno 60mila imprese.
I buchi dell'INPS non dipendono dunque da pensioni troppo generose, ma dall'evasione contributiva e dal crollo dei salari.
Quali risposte?
Di fronte a questo ulteriore attacco, Cgil Cisl e Uil hanno fatto una manifestazione il 19 maggio, riuscita ma ininfluente. Non sono queste le risposte di cui abbiamo bisogno per contrastare il progetto del governo. Gli eventi francesi dimostrano qual è l'unica via per rispondere alle provocazioni dei governi: mobilitazioni continue, scioperi continui, blocchi stradali. I dirigenti sindacali italiani non sono disposti a prendere questa strada.
Neanche a dire che manchino le occasioni per allargare il fronte della mobilitazione, mettendo al centro anche il tema delle pensioni. Maggio e giugno sono stati mesi di scioperi, tra i metalmeccanici, nel settore della grande distribuzione, nel pubblico impiego. E proprio in questi giorni sta entrando nel vivo il tavolo coi sindacati sull'APE, presentato come un ritocco alla Fornero.
E qui veniamo al primo punto: i dirigenti sindacali non possono presentarsi al tavolo di trattative col governo provando a contrattare sulle penalizzazioni cui vanno incontro i lavoratori. Occorre mirare ad abolire la legge Fornero che, di fatto, ha abolito le pensioni di anzianità.
Se il governo, come in effetti sta facendo, punta a legare l'APE ad una nuova stretta sui dipendenti pubblici (che da sei anni aspettano un rinnovo contrattuale) e ad un nuovo scambio tra salario e produttività (che significa solo un nuovo aumento di ritmi di lavoro già intollerabili), da inserire in una nuova riforma della contrattazione, che mette l'APE e toglie ancora più potere al contratto collettivo nazionale, allora occorre cogliere l'occasioni data dagli scioperi dei metalmeccanici e quelli regionali del pubblico impiego in Lombardia e Piemonte di questi giorni, per stendere un unico programma di rivendicazioni, contro i licenziamenti e l'applicazione del Jobs Act nel pubblico impiego (il governo negli ultimi tempi c'ha riprovato), contro l'attacco al contratto nazionale di lavoro, per la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, per abolire tutte le controriforme che hanno abolito il diritto alla pensione.

venerdì 24 giugno 2016

LA FORMAZIONE DEVE ESSERE UN'OPPORTUNITÀ PER I LAVORATORI, NON UN REGALO ALL'AZIENDA!

Riceviamo e pubblichiamo:

La questione della firma dei Progetti Formativi aziendali si ripresenta
puntualmente e come ogni anno l'azienda chiede alla RSU di firmare i progetti formativi previsti per l'anno in corso e per la chiusura di quelli dell'anno passato.

Non e` una cosa da poco, perché CON QUESTA FIRMA l'azienda VIENE AUTORIZZATA ad accedere al finanziamento da parte di un fondo costituito CON I SOLDI DEI LAVORATORI per finanziare i corsi di formazione delle imprese.

Visto che si tratta di soldi dei lavoratori, chiediamo:
- Chi ha scritto il piano formativo?
- E` stato reso pubblico?
- la RSU ne ha mai discusso?
- chi e come sceglie i lavoratori che seguiranno i corsi?
- quanti sono gli impiegati e quanti gli operai?
- quali sono gli effetti dei corsi sulle qualifiche professionali?

La RSU NON PUO`FIRMARE senza prima rispondere a queste domande.
Firmare significherebbe dare mano libera all'azienda, permetterle di usare i soldi dei lavoratori per scopi incontrollabili, senza vincoli ne' sul riconoscimento della professionalità acquisita ne' sulla scelta dei lavoratori per i corsi.

Se poi la firma della RSU dipendesse dalle risposte dell'azienda su Contibonus e tassazione agevolata, saremmo solo alla farsa.

23 giugno 2016
S. Cini, G. Garzella RSU

giovedì 23 giugno 2016

PIANO FORMATIVO AZIENDALE

Riceviamo e pubblichiamo:

Da:                  Rsu
Per:                 Rsu
Data:               23/06/2016 16:18
Oggetto:         Piano Formativo


Buongiorno,
chiediamo di ricevere chiarimenti in merito al Piano Formativo aziendale, in particolare,
- Chi ha scritto il piano formativo?
- E` stato reso pubblico?
- La RSU ne ha mai discusso?
- Chi e come sceglie i lavoratori che seguiranno i corsi?
- Quanti sono gli impiegati e quanti gli operai?
- Quali sono gli effetti dei corsi sulle qualifiche professionali?
Saluti.


GGarzella e SCiniRSU

CONTI BONUS: comunicazione aziendale

L'azienda ha comunicato che l'importo del premio è di 1.208 euro lordi e sarà pagato con la busta paga di Giugno a tutti coloro che sono stati in forza per tutto l'anno 2015 e sono in forza al momento del pagamento (fine giugno). Il premio sarà riproporzionato rispetto all'orario di lavoro (part-time) e rispetto alla maturazione degli istituti contrattuali (per esempio 13esima mensilità).

martedì 21 giugno 2016

Parigi val bene una messa! A proposito di un'intervista a Landini

Di Eliana Como. 
Landini ha recentemente commentato in un intervista all’Huffington Post lo sciopero generale del 14 giugno in Francia e giustamente dice vive la France!
Ben venga, certo, che il segretario generale della Fiom guardi oggi alla Francia. Anche la segretaria generale della Cgil quel giorno ha fatto gli auguri ai lavoratori e alle lavoratrici francesi in sciopero. Aldilà degli slogan, bisognerebbe però essere più coerenti e conseguenti, tra quello che si predica (o si commenta) per gli altri paesi e quello che si decide, e si concretizza, nel proprio.
In primo luogo sarebbe utile riconoscere quanto è avvenuto in Italia, anzi, quanto non è avvenuto. Invece, tanto Camusso che Landini sorvolano abilmente sulle responsabilità del più grande sindacato italiano nel non aver fatto come in Francia. D’altra parte, quando scioperano gli altri, va sempre bene. A parole infatti essere tutte e tutti francesi  oggi  è facile. Peccato, peccato davvero, non esserlo stati nei fatti qui in Italia, quando sarebbe servito.
Nell’intervista all’Huffington, il segretario generale della Fiom riconosce in effetti le responsabilità della Cgil. Però soltanto con il governo Monti, quando la riforma Fornero passò in una notte, con appena 3 ore di sciopero. Testualmente dice: “L’errore lo abbiamo compiuto quando è caduto il governo Berlusconi nel 2011: abbiamo accettato che il governo Monti cominciasse a dare applicazione alla lettera della Bce compiendo il primo attacco all’articolo 18 e alle pensioni… Ora Renzi agisce su un terreno già arato”. Il problema, diciamo così, sarebbe stato l’antiberlusconismo, cioè il fatto che, pur di mandare via Berlusconi, si sia scelto di appoggiare o comunque non contrastare il governo Monti.
Non è così semplice. Non è cosi facile né per la Cgil né per la Fiom. Per una serie di ragioni.
1. Prima o poi dovremo affrontare il fatto che i governi di centro-destra in questi ultimi 25 anni non sono statitanto peggio di quelli di centro-sinistra o di quelli tecnici. Perché spesso le leggi proposte dai primi sono poi regolarmente state approvate dai secondi, molto spesso anche grazie alla pace sociale garantita proprio dalla logica sempre fallimentare del cosiddetto meno peggio (pensioni 1995; grandi privatizzazioni come Telecom, Enel e Autostrade; precarizzazione con il pacchetto Treu, tagli alla scuola e al welfare nel 2006/2007, ecc).
2. Proprio Landini aveva sostenuto Renzi, nei primi mesi del suo governo, con un atteggiamento ammiccante nei confronti di quello che, secondo lui, avrebbe potuto essere un elemento di cambiamento nella politica italiana. Si può cambiare idea, certo, ma se si ricostruisce l’analisi bisognerebbe anche riconoscerlo.
3. Soprattutto, non si affronta il fatto che, dopo la mobilitazione dell’autunno del 2014 contro il jobs act, di fronte a una inedita e persino inaspettata spinta dal basso, la Cgil impose un clamorosodietro front. Prima con uno sciopero generale fuori tempo massimo il 12 dicembre, poi decidendo nel direttivo nazionale (convocato soltanto il 18 febbraio, ben due mesi dopo lo sciopero!), che la lotta sarebbe proseguita solo con una vertenzialità territoriale e aziendale. Di fatto disperdendo nel nulla la mobilitazione e ogni contrasto al jobs act. Non si poteva certo andare avanti “di sciopero generale in sciopero generale”, come chiedevamo noi apparendo dei matti di fronte a tutto il resto del direttivo. No di certo! Quello si può fare soltanto in Grecia o in Francia, quando appunto sono gli altri a scioperare! Noi in Italia, iljobs act lo avremmo dovuto contrastare azienda per azienda, nella contrattazione di secondo livello, in quella territoriale e in quella nazionale. Quello che non eravamo riusciti a fermare tutti insieme ricascava in testa ai singoli, nelle aziende, nei territori, nelle categorie.
Il bilancio a più di due anni di distanza è sotto gli occhi di tutti. Altro che contrastare il jobs act nella vertenzialità diffusa! Non dico nelle aziende, che francamente era proprio impossibile, salvo alcune eccezioni (bravi sono stati alla GKN di Firenze i nostri compagni a riconquistare l’articolo 18 ante Fornero, ma appunto è una eccezione e più unica che rara). Ma soprattutto nei contratti nazionali, tanti dei quali sono stati firmati o sono in discussione in queste settimane. Quando e dove uno di questi contratti nazionali ha ottenuto condizioni che contrastano il jobs act? In quale vertenza nazionale il contrasto aljobs act è stato considerato un reale punto centrale delle piattaforme? Nessuna! Proprio nessuna! Compresa quella attuale dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche.
Ecco, è per questo che in Italia la peggiore contro-riforma pensionistica, la cancellazione dell’art.18 e il jobs actsono passati incontrastati e oggi siamo nei banchetti sui marciapiedi – più raramente fuori dalle fabbriche – per raccogliere le firme per i referendum e per la Carta dei diritti.
Si può pure guardare alla Francia. Anzi, bene che lo facciano, tanto la segretaria della Cgil che il segretario della Fiom. Ma nell’analisi e soprattutto nelle responsabilità bisogna essere rigorosi e poi, per conseguenza, coerenti. Il segretario generale della Fiom ha condiviso la linea sconclusionata e perdente di Susanna Camusso. Per questo, nel ricostruire l’analisi, non può tacere questi passaggi e le relative responsabilità.
Non basta allora, caro Landini, dire vive la France, se a suo tempo Parigi è valsa ben più di una messa! (cit. Enrico IV, quando abiurò la sua religione protestante pur di diventare re di Francia…)

https://sindacatounaltracosa.org/2016/06/18/parigi-val-bene-una-messa-a-proposito-di-unintervista-a-landini/

giovedì 16 giugno 2016

Conti Bonus e recupero tassazione agevolata premio maggio

Riceviamo e pubblichiamo:

Da:           Rsu
Per:          Lembi, Albertini
Cc:           Rsu
Data:        16/06/2016 16:22
Oggetto:  Conti Bonus e recupero tassazione agevolata premio maggio


Buongiorno,

vista l'assenza di comunicazioni ufficiali in merito e l'avvicinarsi della fine del mese di giugno vi chiediamo quando pensate di erogare il Contibonus e il recupero dei soldi per l'applicazione della tassazione agevolata sul Premio Risultato di maggio.


Cini e Garzella, RSU

Cgil: la solidarietà allo sciopero in Francia non basta!

ODG presentato al Coordinamento nazionale del 14 giugno a Bologna

In Francia la lotta dura e lunga delle lavoratrici e dei lavoratori contro la loi du travail sta provocando sudori freddi nella classe dominante e nel governo. Lo sciopero generale di oggi, 14 giugno, sta confermando la forza della classe lavoratrice.
La pressione della lotta, che ha coinvolto da subito vastissimi settori giovanili, ha trascinato i Sindacati francesi, in primo luogo la Cgt, a sostenere posizioni avanzate come la rivendicazione del ritiro puro e semplice della legge senza incancrenirsi in posizioni emendative e minimaliste come in più occasioni è stato fatto in Italia.
I grandi mezzi di comunicazione si cimentano a qualunque falsità per screditare la lotta accusandola di essere violenta, di prendere in ostaggio il paese con la chiusura dei distributori di carburante attraverso il blocco totale delle raffinerie.
Nonostante tutto ciò, il sostegno della popolazione francese alla lotta è altissimo, la maggioranza di essa ha dichiarato di considerare legittimi e necessari gli scioperi e i blocchi.
L’effetto contagio comincia a vedersi anche in altri paesi, il movimento in Belgio comincia a far scorgere la necessità di generalizzare lo scontro, in una lotta vera più generale contro le politiche di austerity dell’UE su base continentale.
Questa è una delle ragioni per cui riteniamo completamente sbagliata, oltre che fuori da ogni razionalità e realtà, la dichiarazione della Camusso che ha di fatto criticato ciò che sta succedendo in Francia in quanto la lotta radicale ridurrebbe il consenso. Il movimento in Francia la pensa esattamente all’opposto per fortuna ed è deciso ad alzare il livello dello scontro, all’altezza dell’attacco ricevuto.
La lettera della Segreteria nazionale della Cgil di ieri ai sindacati e ai lavoratori francesi è solo un piccolissimo segnale di controtendenza ma assolutamente insufficiente. Anche perché dal gruppo dirigente del principale sindacato d’Europa ci si aspetterebbe non una sterile, seppur importante, comunicazione di solidarietà, ma un bilancio franco e rigoroso degli errori del Cgil, della sconfitta subita contro il Jobs Act in Italia a causa della non volontà di sviluppare una lotta vera, proprio come in Francia e, appunto, una svolta radicale della propria linea.
Dalla Francia si lancia un messaggio molto chiaro, per vincere bisogna bloccare il paese, mettere in ginocchio governo e padronato e lottare in maniera determinata, fino in fondo. Il gruppo dirigente della Cgil che continua, nel nostro paese, a reclamare tavoli col governo con l’aspettativa di convincerlo a cambiare i provvedimenti è fuori dalla realtà. Per tutte queste ragioni, anche in Italia, è più urgente che mai fare come in Francia e prepararne le condizioni.
Approvato all’unanimità dal Coordinamento nazionale sindacatoaltracosa, 14 giugno – Bologna

https://sindacatounaltracosa.org/2016/06/15/cgil-la-solidarieta-allo-sciopero-in-francia-non-basta/

mercoledì 15 giugno 2016

Domani riunione per "pause, interinali e part time"

Siamo venuti a conoscenza del fatto che è convocata per domani giovedì 16/06 alle ore 11:00 a Fauglia la delegazione trattante per proseguire la discussione riguardante "le pause, interinali e part-time". 

TUTTA LA FRANCIA CONTRO IL JOBS ACT

Scritto da CLASH CITY WORKERS il 14 giugno 2016:

Oggi i francesi tornano in piazza, con un nuovo sciopero generale convocato da 4 sindacati (CGT, FO, FSU, Solidaires) e tre organizzazioni studentesche (UNEF, UNL, FIDL). Gli scioperi continuano, nonostante gli appelli alla “responsabilità” da parte di alcuni membri del Governo, i quali vorrebbero che le agitazioni avessero fine per consentire un “sereno svolgimento” degli europei di calcio.
Ma è proprio appellandosi a quel senso di responsabilità – verso i propri colleghi, verso i propri figli, verso sé stessi – che i lavoratori francesi sono decisi a non mollare. On lâche rien – non molliamo – è lo slogan più diffuso in questa mobilitazione che entra oggi nella sua fase decisiva.

La Loi El-Khomri – il Jobs Act d’oltralpe – (che abbiamo analizzato in questo articolo) verrà infatti introdotta al Senato, per essere poi discussa fino al 24 giugno, e votata il 28. In senato non è possibile il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, quello che ha consentito di bypassare l’Assemblea Nazionale (corrispettivo della Camera italiana), ma d’altra parte a detenere la maggioranza dei senatori è la destra liberista, che ha già annunciato di voler modificare il testo eliminando la settimana di 35 ore (una regola d’altronde già infiacchita da numerosi provvedimenti che l’hanno nei fatti resa un’eccezione, più che la regola). Il Senato sarà quindi molto più permeabile alle richieste della Medef (la Confindustiria francese), che – ben oltre le intenzioni governative – vorrebbe eliminare definitivamente le 35 ore e togliere qualsiasi vincolo ai contratti aziendali, perché i propri rispettabili aderenti abbiano mano libera nel regolare salari e soprattutto tempi di lavoro in base alle proprie esigenze: abbassando i primi e aumentando i secondi, si intende.

Una volta uscita dal Senato, la legge dovrà essere ridiscussa da una commissione paritetica composta da deputati e senatori, che dovranno accordare i due testi: quello uscito dall’Assemblea Nazionale e quello uscito dal Senato. Nel caso in cui – con molta probabilità, essendo le due assemblee di colore differente – la commissione non dovesse pervenire ad un accordo interno, sarà l’Assemblea Nazionale a decidere la sorte della Loi El-Khomri, presumibilmente a luglio. Niente impedirà al Governo Valls di riutilizzare l’art.49.3 della Costituzione per far passare una legge che non ha la maggioranza nemmeno nel PS.

Mentre il Governo si mostra inflessibile, gli apparati dello Stato attaccano il movimento ai fianchi: la manifestazione di oggi sarà interdetta a circa 130 persone nella regione di Parigi, 15 a Rennes. Sono le conseguenze della legge d’emergenza che vige dal giorno degli attentati di novembre, e che permette ai prefetti di impedire la libera circolazione dei cittadini francesi qualora lo ritengano necessario.

In queste condizioni per i lavoratori non è affatto semplice vincere questa battaglia che va avanti ormai dal 9 marzo. Oggi i sindacati hanno annunciato una manifestazione enorme. Tra i 350 e i 400 bus sono stati mobilitati per raggiungere la capitale. Le federazioni sindacali locali hanno addirittura affittato treni ed hanno messo su un servizio di “covoiturage” (autostop collettivo) gratuito per permettere a chi volesse di arrivare a Parigi, e due altre grandi manifestazioni sono state preannunciate per il 23 ed il 28 giugno.

Vada come vada, i francesi ci stanno dando una grande lezione di dignità, una scossa che si è insinuata nelle coscienze di molti lavoratori europei ed italiani in particolare. Basta dare un’occhiata ai commenti che ha scatenato uno degli ultimi tweet della CGIL – emersa da un lungo silenzio –  contenente un piccolo messaggio di solidarietà diretto ai lavoratori francesi. Sotto al tweet, le reazioni di tanti aderenti battono il ritmo dello stesso messaggio: quando il Jobs Act si votava in Italia voi dove cazzo eravate?

Per il pomeriggio di oggi intanto – al netto dei messaggini della Camusso – diverse organizzazioni di base italiane hanno organizzato presidi di fronte ai consolati ed alle ambasciate di Francia: un modo simbolico, ma importante, di dare forza e visibilità alle ragioni dei lavoratori d’oltralpe. Un modo come un altro per recuperare il filo del riscatto nel nostro paese, per lasciare da parte la rassegnazione e l’opportunismo di tanti dirigenti sindacali, per ricostruire il movimento operaio partendo dalla sua essenza: la solidarietà.

http://clashcityworkers.org/internazionale/2382-francia-contro-jobs-act.html

martedì 14 giugno 2016

Solidarietà con le lotte in Francia. Gréve GENERALE!

Perchè il vostro maggio non faccia a meno del nostro coraggio. Comunicato sindacatoaltracosa

Tra 13 e 14 giugno, sosteniamo i presidi di solidarietà in tutta Italia (tra cui Roma,Genova, Brescia, Milano, Firenze, Torino). Scarica il volantino. La loi du travail è un regalo alle imprese e un colpo alle lavoratrici e ai lavoratori, con l’allungamento degli orari e il taglio dei salari, la destrutturazione dei contratti collettivi e la libertà di licenziamento.
In particolare:
– si porta con deroghe la giornata lavorativa fino a 12 ore e la settimana sino a 60 ore in caso di “circostanze eccezionali”;
– si deroga agli aumenti salariali per il lavoro straordinario stabiliti dai contratti;
– si può licenziare non solo in caso di cessazione dell’attività o di ristrutturazione, ma anche soltanto dopo due mesi di perdite d’esercizio;
– si abbassano i massimali nei risarcimenti per i licenziamenti illegittimi;
– si prevede l’imposizione di accordi aziendali con referendum, purché indetti da sindacati che abbiano almeno il 30% dei consensi;
– si introduce la possibilità di una compressione salariale fino a due anni, non soltanto per mantenere l’occupazione (una sorta di contratti di solidarietà) ma persino per espandere gli affari e conquistare nuovi mercati;
– infine, ma è il fulcro principale della riforma, la supremazia degli accordi aziendali su quelli di settore.
In poche parole, è il Jobs act alla francese, tanto che il primo ministro Valls non ha esitato a dichiarare che proprio a questo è ispirata. Ma rispetto all’Italia, è palese la differenza! In Francia stiamo assistendo a una mobilitazione determinata e prolungata, con ripetuti scioperi generali e di settori, con percorsi di convergenza, unificazione e generalizzazione di tutte le lotte contro il governo e il padronato (Nuit debut), nonostante la durissima repressione e lo stato di emergenza dichiarato dopo gli attentati dello scorso dicembre. In Italia, la Cgil nell’autunno 2014 ha frenato e poi spento il movimento, che pure stava nascendo. I lavoratori e le lavoratrici erano disponibili a mobilitarsi. Chi è mancato sono stati i vertici sindacali. Così come manca oggi la volontà da parte della Cgil di tenere insieme gli scioperi per i rinnovi contrattuali che, pur tra mille contraddizioni, stanno interessando le più importanti categorie: i metalmeccanici e le metalmeccaniche, i servizi e la grande distribuzione, la scuola e il pubblico impiego. Di nuovo, chi manca sono i vertici sindacali.
Dalla Francia, come dalle esperienze che ancora resistono in Italia, bisogna prendere l’esempio per far ripartire il conflitto e costringere i sindacati alle proprie responsabilità. Non è possibile che mentre a Parigi si lotta, in Italia si raccolgono firme ai banchetti!
Al movimento francese va tutta la nostra solidarietà, ma più che a parole dobbiamo esprimerla con la ripresa delle lotte su scala europea, come già sta accadendo in Grecia e in Belgio. Per questo, ci impegniamo a rilanciare la mobilitazione contro le politiche di austerità europee, rappresentate pienamente dal governo Renzi.
sindacatoaltracosa – opposizione Cgil
https://sindacatounaltracosa.org/2016/06/09/solidarieta-con-le-lotte-in-francia-greve-generale/